
Il fascino del tartufo è
nel suo mistero.


È figlio della terra e del buio. Lontano da tutto ciò che vive e si ciba di sole. Non ha rami, né foglie, né tronco. Cresce nell’oscurità del terreno, aggrappato alla vita grazie alle radici degli alberi. Aspetta l’acqua. Poi cede alle piante elementi minerali per avere in cambio glucidi. Per ubbidire alla prima regola del mondo dei viventi, quella di conservare e propagare la specie, ha solo un’arma: il suo profumo. Un richiamo che seduce. Irresistibile. Qualcosa di ancestrale che si propaga nel terreno, affiora in superficie e imprigiona l’olfatto. Poi, la gioia arriva in tavola.
Nell'antichità il cane era un animale da caccia e quasi del tutto relegato a questa attività, mentre per la ricerca dei tartufi venivano impiegati altri animali. Principalmente il maiale era l'animale a cui spettava questo compito, con una predilezione per le scrofe, attirate da un ormone maschile presente nel tartufo, di cui anche altre bestie sono ghiotte, come il cinghiale. Altri erano gli aiutanti dei ricercatori di tartufi, basti pensare che in Russia si usavano addirittura gli orsi. Oggi, invece, è il cane a farla da padrone in questo ruolo, anche se in alcune zone della Francia, alcuni utilizzano ancora il maiale.
